La filosofia non si insegna solo a scuola

Storie e citazioni di martiri e teste calde, tra Pozzuoli e la Fossa del Coccodrillo

A volte ritornano. Sono i ragazzi (in netta minoranza…) e le ragazze della ex terza A, autori nel 2017 del best-seller Questo è un lavoro per Numberman, ormai introvabile. È passato del tempo, la terza è diventata quarta e già tre delle fanciulle sono persino maggiorenni; anche gli altri storyteller in erba sono più maturi, scrivono meglio, copiano meno da wikipedia… ma per quanto quest’anno siano in sedici tondi, ancora non sanno fare gruppi da quattro! Se parafrasando il barone di Salina – bell’esempio di filosofo non accreditato dal Ministero della Pubblica Istruzione – “perché tutto cambi bisogna che tutto resti uguale” ebbene squadra che vince non si tocca, identiche le regole, lo stesso il campo di gioco. Se in terza ci s’era immischiati con Pitagora e presocratici compari, però, ora la materia è più tosta assai.

Dal cilindro condiviso tra Livia Saddi, tutor del progetto, e il chiarissimo professor Gargano è infatti spuntato fuori un poker di pensatori partenopei e parte duosiciliani, che è poi un altro modo di dire che erano greci, nel senso di quella Magna. E sullo sfondo di tutto – quinto filosofo o, con metafora sportiva 17° uomo in campo – sta la saggezza spicciola della Napoli popolare, palcoscenico e in pari tempo platea per le gesta dei nostri quattro azzeccagarbugli.

E dunque, Giordano Bruno che, no, non giocava con Maradona e Careca. Diede però lezioni di mnemonica al Papa e (forse) di cabala a Madonna, portava sovente la spada e magari fu un agente doppio zero, spia al soldo del re d’Inghilterra. Passò da domenicano a calvinista e poi anglicano come si cambiasse i calzini, ma rifiutò di abiurare persino sotto tortura; le sue parole contro la forfantesca poltroneria andrebbero incise su ogni scranno di Montecitorio e invece a nemmeno un km da lì egli fu arso vivo, e le sue ceneri annegate nel Tevere.

Un po’ meglio andò a Tommaso Campanella,  nato in Calabria Ulteriore da Geronimo di Stilo, il famoso topo. Lui la tonaca la vestì per poter studiare, ma in classe ci stava pochino; fu processato una mezza dozzina di volte, per aver abusato del Priore di Padova e averci provato anche con Satana in persona, accusato di cospirare coi Turchi e di simulazione in area di rigore allorché (al quinto processo!) si finse pazzo per scampare al patibolo. Da un quarto di secolo di gattabuia uscì diventando l’astrologo del Papa e, poi un protetto di Richelieu. Morì alla nascita del Re Sole, quasi nella stanza accanto… meglio  che a Campo de’Fiori.

Quanto a Giambattista Vico  – lui sì napoletano doc, di San Biagio dei Librai – tutti noi prima o poi lo abbiamo citato. A sproposito, come imparerete da questo libello. Si spaccò la testa da piccolo (come già Eschilo, quando un’aquila gli lanciò in testa una tartaruga) e si pensò che sarebbe cresciuto un demente, mentre poi bagnò il naso a tutti collezionando cattedre universitarie e incarichi di prestigio; visse tranquillo e si spense nel suo letto e a tal punto era benvoluto che ci s’accapigliò per chi dovesse portarlo in chiesa, col risultato che il feretro restò posteggiato in cortile una mezza giornata.

Meno noiose furono vita e morte (nel segno dei suicidi on demand di Socrate o Seneca, o degli assassinii di Cicerone e Tommaso Moro) di Francesco Maria Pagano, lucano del Principato Citra che al contrario di Vico non cita mai nessuno. E non ci si spiega il perché, dato che fu un avvocato co’ ’a nocca (le cui ispirate arringhe gli valsero il titolo di nuovo Platone) un patriota che pareva disegnato da Dumas – svelto di lingua e di fioretto – e un insigne giurista, per la cui grazia si spese persino lo zar mentre egli languiva nella famigerata fossa del Coccodrillo (la più segreta segreta del Maschio Angioino, dove già Campanella era stato a pensione) e affrontava poi il boia senza calzette.

‘Nemo propheta in patria’, si dice, e se questa è filosofia spicciola in latinorum, sotto il cielo di Napoli la filosofia è ovunque, e non solo perché da qui sono passati Virgilio e Tommaso d’Aquino, Croce e Gadamer. Da Megaride dove si spiaggiò Parthenope a Nisida che ammicca – dal finestrino del treno – quando viaggio verso il “Pitagora”; dal Vomero dove fu processato Pagano a Santa Lucia, nei Quartieri Spagnoli che lambiscono casa Vico e a Fuorigrotta – dove San Paolo conta più di San Gennaro – qui c’è un fine pensatore a ogni uscio: e infinita filosofia nella carta sporca di Pino Daniele e nel Ugo/Massimiliano di Troisi, nei proverbi di una parola sola e nei vocaboli che valgono un discorso di cento parole. Nei cartelli attaccati fuori le vetrine, nella sfrontatezza con cui il napoletano apostrofa il Patrono e ognissanti, nel melodramma, nell’autoironia. E nei miei sedici compagni di penna, naturalmente, talenti naturali ognuno a modo suo, malamente e poeti allo stesso tempo. “Adda passà ‘a nuttata”, diceva il filosofo Eduardo..

..ché domattina c’è scuola.

Alberto Isola,

editor e ghostwriter

Lampedusa, aprile 2018