ἀλήθεια

Mi condussero nella Piazza campo dei Fiori in un umido mattino di febbraio. Nuvole grigie tappezzavano il cielo e a tratti cadeva una pioggia sottile. Il freddo penetrava fin dentro le ossa, percepivo un vento tagliente sulla pelle e i muscoli che si contraevano; sfregai le mani sulle braccia nella speranza di trovare sollievo e cercai di coprirmi con il cappuccio di quell’unico indumento che i miei carnefici avevano deciso di lasciarmi addosso, probabilmente solo per far sì che il tessuto velocizzasse il lavoro delle fiamme. Uno dei grossi uomini che mi conducevano al luogo dell’esecuzione mi guardò di sottecchi accennando a un sorriso beffardo, mi strappò il mantello lasciando solo un pezzo di tela a copertura delle spalle: “Tranquillo, tanto tra poco non ne avrai più bisogno, nel luogo in cui ti stia-mo conducendo fa molto, molto caldo”.

Risero entrambi, sguaiatamente, mostrando i loro denti guasti e permettendomi di percepire la puzza di vino e degrado che promanava dai loro aliti. Sapevo che quello era il mio giorno, ma quando sentii pronunciare quelle parole, mi sembrò che per la prima volta mi rendessi realmente conto del fatto che la mia fine era arrivata. Mi legarono a un carro di legno nella piazza, come se fossi un animale fuori a un mattatoio, e andarono ad accertarsi del fatto che il rogo fosse pronto e che le persone avessero preso posto per assistere allo spettacolo della mia morte.
Del resto il popolo ignorante si divertiva così, osservando la sofferenza di poveri disgraziati come me. Effettivamente per loro non esisteva altro passatempo, le rappresentazioni teatrali erano troppo impegnative e dei libri probabilmente ignoravano persino l’esistenza. Mi voltai e vidi un uomo riflesso nella porta di vetro di una casa da-vanti a me, impiegai un po' a capire che si trattava della mia immagine, non riconobbi in quel corpo niente di familiare… le membra piegate dalla fame e dal sonno non ave-vano più nulla del loro antico vigore, i capelli erano in di-sordine, il viso magro e pallido, le guance incavate, le labbra bianche e viscide come larve. Gli occhi… solo gli occhi sembravano non essersi rassegnati all’idea della morte, continuavano ad avere la stessa luce di quando con curiosità guardavano ad una natura misteriosa e tutta da esplorare. Rimasi a fissare quello sconosciuto finché non intravidi il riflesso di un’altra figura, che questa volta non tardai a riconoscere: “Svelto, sono tutti impazienti, non vorrai far aspettare il tuo pubblico” sghignazzò il mio amabile carnefice. Mi condussero sul rogo e mentre mi legavano e preparavano la pira ebbi il tempo di osservare il popolo che impaziente aspettava l’esecuzione. Non provai odio per quegli uomini che sopravvivevano in una condizione di aurea schiavitù e ne erano felici mentre osservavano un “ribelle” andare incontro alla propria fine; piuttosto provai pietà per loro. Mi ricordarono tanti uccelli in una voliera che credono di essere liberi perché non hanno mai conosciuto l’infinità del mondo, dato che il loro, di mondo, non è che uno spazio minuscolo in cui assaporare una sorella storpia della libertà. Cosa avrei potuto provare per loro, dunque, se non pietà? Il fuoco cominciò ad ardere ed in breve fagocitò i ramoscelli che formavano la pira; iniziai a percepire il caldo sulla pelle, poi un forte bruciore, delle fitte al costato ed il sudore che scendeva copioso dalla fronte. Volevo urlare, non so se per la rabbia o per il dolore. Chiusi gli occhi nella speranza che quell’incubo finisse e poi… poi più nulla.
Mi risvegliai in una stanza avvolta nella penombra, era buia e solo la flebile luce di alcune candele rendeva chiare le sagome degli arredi. Cercai di sollevarmi da quello che aveva tutta l’aria di essere un letto ma una forte fitta alla testa mi costrinse a stendermi di nuovo. Pensai di trovarmi ancora nella cella del carcere e che quello non era stato che uno dei sogni, ricorrenti, in cui l’ormai imminente condanna capitale mi tormentava più di quanto facesse di giorno da sveglio e cosciente.

Mi accorsi però di qualcosa di molto strano, che mi fece credere di aver perso il senno: gli oggetti attorno a me erano sotto sopra. C’era un armadio capovolto, una sedia capovolta, una scrivania capovolta… e c’era UN UOMO CAPOVOLTO! Urlai terrorizzato quando quella strana figura si avvicinò a me sorridendo e mi prese la mano. Era quel momento del giorno in cui l’alba e la notte sembrano confondersi e il vento fa muovere i ciuffi dorati del grano nei campi. Solo che dalla finestra non vedevo alcun campo, né tantomeno la misteriosa aurea lunare che cedeva il posto al sole. Rimasi immobile per qualche minuto, anche perché la strana creatura dinnanzi a me aveva iniziato a parlarmi. Aveva tre occhi verdi, e non riuscivo a guardarli. Erano troppi e questo mi confondeva! Il suo sguardo era profondo e, strano a dirsi, rassicurante. Aveva una bocca ampia e sorridente, una strana antenna su una testa attaccata direttamente al corpo, orecchie grandi e appuntite, la pelle grigia e squamosa e, dulcis in fundo… aveva le mani. Avevo sempre pensato che le creature extraterrestri dovessero essere dotate di mani, ma averne la conferma era… strano. Ancora più strana era la mia capacità di comprendere le sue parole. “Salve straniero, mi sembri spaventato; non aver paura di noi, siamo creature buone”. Ebbi la conferma che gli strani esseri viventi che avevo davanti parlavano la mia lingua. Uno di loro si presentò dicendo di chiamarsi Bobby. Da quel momento in poi non conservo alcun ricordo, solo il volto di due o tre creature che cercavano affannosamente di farmi rinvenire. “Perché siete capovolti? Perché qui è tutto al contrario?” urlai appena ne ebbi la forza. “Troppe domande contemporaneamente, calmati gentile amico. Chi ti dice che noi ad essere siamo capovolti? Cosa tifa pensare che il verso con cui sei abituato a vedere le cose sia quello giusto?
Mi meravigliai della saggezza di quella creatura e della superficialità con cui avevo pronunciato quella frase… proprio io. Dopo essermi rasserenato (se così si può dire, vista la situazione) chiesi: “Che ci faccio qui?” Bobby iniziò a parlarmi di una predestinazione: compresi che si stava parlando di un viaggio, per la precisione un viaggio nell’ universo. E quella che mi era sembrata un’affermazione priva di senso, si trasformò poco dopo in realtà. “Non mi reputo degno di ciò” dissi “né sono considerato tale da altri”“Invece, sei proprio il prescelto, la persona più adatta a intraprendere quest’avventura. Oltretutto sei anche l’unico filosofo ad aver dipinto, nei suoi scritti, l’universo per com’è. Vogliamo darti la conferma di quelle che fino a questo momento erano solo supposizioni. Ora spogliati di tutte le tue paure e cominciamo!” Sebbene ancora dubbioso, mi incamminai verso una piccola cabina di vetro; mi spiegarono che era una navicella, dalla quale era possibile vedere l’esterno. La navicella percorse una rampa di lancio e in breve ci ritrovammo nell’oscurità. Il cielo mi apparve come non l’avevo mai visto; immerso in una dimensione senza tempo, mi resi conto di essere quasi sospeso nel nulla, poiché la navicella era interamente trasparente. Bobby iniziò a illustrarmi le meraviglie che avevamo vicino: “Queste sono stelle, corpi di fuoco splendenti, e lì c’è il Sole. Come puoi notare, è come hai immaginato tu, e sei riuscito a intuirlo solo su basi logiche.” Rimasi estasiato da quella visione. Ancora non avevo visto, però, il corpo ce-leste che più mi colpì.Infatti, passammo dopo poco vicino alla Terra, la mia meravigliosa Terra che tanto avevo amato e su cui avevo con-centrato i miei studi di filosofia naturale. I colori blu, bianco, verde, si fondevano e confondevano in maniera per-fetta. Ho un ricordo di essa talmente vivido e distinto da vederla ancora riflessa nei miei occhi. Quella luce della Terra, avvolta da un soffice velo quasi a volerla proteggere dal vuoto esterno, mi apparve eterna; non rividi la stessa luce negli altri pianeti, anzi mi apparvero freddi e distanti. Sembrava essere passato poco più di qualche minuto e invece, era ormai giunto il momento di tornare alla base, quando Bobby iniziò a scuotere la testa: “No caro amico, il viaggio non è ancora finito. Ti aspetta una grande sorpresa, non anticipo nulla”. “Più grande di questa? Credo sia impossibile.” Continuavo a osservare i corpi celesti che scorrevano rapidi sotto i miei piedi, e intanto ci avvicinavamo sempre di più a uno di questi, tanto che ebbi paura di una possibile collisione. Invece, con una rapidità sbalorditiva, 

Bobby lo scansò permettendomi di vedere cosa ci fosse oltre. Un edificio grandioso, un enorme maniero che appariva maestoso su una zolla di terra fluttuante nell’universo; una bicocca malandata, ormai in rovina, spettro di una fortezza inespugnabile fagocitata dal trascorrere inesorabile del tempo. Eppure si ergeva ancora fiero, colla pretesa di mettere a disagio gli osservatori ricordandogli la loro limitatezza. Le finestre erano poche e piccole, difese da grosse inferriate ed una bandiera strappata sovrastava la torre più alta. La navicella si fermò davanti a un grosso portone di bronzo dorato: mi ricordò la Porta del Paradiso che Ghiberti aveva realizzato per il Battistero di San Giovanni a Firenze. Ai lati dell’ingresso due grandi leoni di pietra apri-vano le fauci in un ruggito muto, intimidendo il visitatore come se l’aspetto della rocca non fosse abbastanza. Bobby bussò servendosi dell’enorme batacchio di bronzo e subito si sentì un rumore di chiavistelli; indi il portone si aprì emettendo un suono spettrale. Entrammo in un grande salone buio con le pareti piene di specchi, solo poche candele permettevano di orientarsi e spingevano lo sguardo verso una grande rampa di scale. Bobby prese una candela, mi porse la mano guardandomi negli occhi in modo rassicurante e mi condusse verso la scalinata. Arrivammo in una sala in cui file di scaffali stracolmi di libri creavano un labirinto in cui più volte ebbi paura di perdermi: “Ben-venuto nel castello dei libri proibiti, qui sono riuniti i volumi di cui sulla terra è stata impedita la lettura o che con il tempo sono andati dimenticati. In questo modo si è certi che secoli di lavoro di menti geniali non vadano sprecati a causa dell’ignoranza degli uomini. Molte delle tue opere sono conservate qui, era giusto che le vedessi per sapere che le tue ricerche non sono state vane. Tuttavia, c’è ancora qualcosa che devi vedere.”
Ci addentrammo in quel labirinto oscuro; mi sembrava di sentire sulle spalle il respiro di tutti gli scrittori che aveva-no lasciato nei loro libri la propria anima e che ora chiede-vano di essere liberati da quei sepolcri di carta. Alla fine del corridoio cominciai a intravedere una luce provenire da un piedistallo su cui si trovava un libro. Bobby lo prese e me lo porse; era un volume pregiato, rilegato in pelle, il trafiletto decorato a motivi floreali e il titolo in greco antico inciso in oro sulla copertina: “ἀλήθεια” (Verità). Mi sedetti su una comoda poltrona davanti al fuoco di un camino che sembrava stesse aspettando me e cominciai a sfogliare le pagine. Una grafia elegante mi ipnotizzò e mi indusse a immergermi nella lettura.

Vincent Van Gogh, Seascapes at Saintes-Maries (1888) Pushkin Museum, Mosca

Non mi accorsi così del del tempo che passava, non riuscivo a staccarmi da quelle pagine in cui erano racchiuse le risposte a tutti i quesiti cui mi ero dedicato per una vita... a cui tutto il genere umano si è dedicato da sempre. Mi sembrava che lo scrittore mi parlasse attraverso le sue lettere sinuose e che avesse scritto quel-l’opera per me. Nello stesso ordine in cui per anni mi ero posto certe domande ora ricevevo delle risposte. Avrei potuto pensare che si trattasse di stregoneria e smettere di leggere, ma non ne ebbi la possibilità; quelle parole si insinuavano nella mia mente con una forza tale da impedirmi di averne timore. All’ultima pagina, ebbi conferma del fatto che quel libro era lì per me. E dunque, feci come l’inchiostro mi aveva ordinato: gettai il volume nel fuoco. Erano state queste le parole con cui l’autore s’era congedato, certo del fatto che il lettore avrebbe capito:

“Solum pro quo digno eius soavem cantum audire phoenix renascitur”: una fenice rinasce solo davanti a chi è degno di udire il suo canto soave. Il libro sarebbe risorto dalle sue ceneri solo se un uomo degno di leggerlo fosse giunto lì, nei secoli successivi, alla ricerca della verità. Fissai il fuoco che avvolgeva la carta e scioglieva l’inchiostro. Il caldo si fece sempre più intenso e cominciai a sudare; gli oggetti intorno a me diventavano nebulosi, Bobby mi fece un segno con la mano, come per salutarmi. Non potei fare a meno di notare un’ombra di malinconia e compassione nel suo sguardo.

Aprii gli occhi per ritrovarmi di nuovo sulla pira. Ansimavo e non riuscivo a emettere alcun suono, nemmeno gemiti di dolore. Sentivo le gambe deboli. Le mani mi tremavano. Un bruciore insopportabile lungo tutto il corpo e tanta, tantissima sete. Le mie membra, la mia anima, la mia mente bruciavano come l’aleteia, affidando al fuoco tutti i loro segreti. Difronte a me gli spettatori ancora lì, in paziente attesa, aspettando che Giordano Bruno si facesse cenere. Distolsi lo sguardo dal crocifisso che mi era davanti, ma ebbi il tempo di pensare che non dovevo rammaricarmi: i posteri avrebbero saputo che avevo ragione.

“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza: a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.”