Un giorno Francesco Mario Pagano e Eleonora de Fonseca Pimentel camminavano per piazza del Mercato a Napoli senza preoccuparsi di nulla. (uh, a proposito… io sono Ludovico Batacchio e sono qui per raccontarvi della rivoluzione) quando l’urlo sguaiato di un giovane strillone attirò la loro attenzione con un titolo a sei colonne che avrebbe cambiato per sempre le loro vite e quelle di molti altri.

“Il grande chef Craquio lancia la sua pizza napoletana!”

Incuriositi dalla notizia e spinti dall’odio comune verso quel pallone gonfiato si diressero con impeto verso il giovane strappandogli da mano il giornale. “Ehi mi deve pagare!” Eleonora diede una manciata di monete al ragazzo, anche più del prezzo del giornale e seguì Mario nella piazza affollata.

“Ti rendi conto… guarda questa foto… è ridicolo… non è la pizza napoletana… mi sono stancato di questo tipo… no, dobbiamo fare qualcosa…” “La smetti di borbottare e mi dici che succede?” lo interruppe Eleonora.

Lui si fermò e le porse il giornale quasi lanciandoglielo addosso; quando lesse la notizia un’ira funesta pervase anche lei. Il titolo era ben visibile sulla prima pagina e la foto era ancora più eloquente. La “pizza” di Craquio era una roba bruciacchiata, simile a una cotoletta costellata di melanzane; la mozzarella era buttata lì così come se non va

niente - sembravano pezzi di banana - e il pomodoro… oh, il pomodoro era una poltiglia informe, molto più simile a sangue raggrumato di bue che a pomodoro.

“Che ne pensi? Ti sembra possibile?” Pagano era profondamente indignato. “Dobbiamo fare qualcosa! In nome della pizza! In nome di Napoli! In nome della pizza napoletana!” strappò il giornale e lo gettò per terra proseguendo a camminare a grandi falcate seguito da Eleonora.

Qualche giorno dopo…

“Dobbiamo ribellarci al dominio di questo pseudo chef straniero!” “Siiiiiii!” “La pizza napoletana dev’essere libera e rispettata!” “Siiiiii!” “Evvivva!” “Facciamogliela vedere!”

Nella cantina di un palazzo napoletano un gruppo di uomini si era riunito per discutere di una cosa importante: la rivoluzione della pizza e la libertà di Napoli dallo straniero Craquio. La riunione era presieduta dal monaco Michele Granata e un gruppo di letterati tra cui Pagano, la Pimentel e Francesco Caracciolo, che parlava in quel momento.

Mario ed Eleonora erano in un angolo a bere del vino di pessima qualità in bicchieri di argilla scheggiati. “Secondo me prima o poi ci tradirà” disse Eleonora alludendo al Caracciolo. “Chi?” ai due s’era avvicinato il monaco, dalla lunga veste nera e dal naso prominente che contribuiva a renderne lo sguardo ancora più altezzoso. “Nessuno” risposero in coro i due. Lui rise di gusto alla loro reazione.

“Non vi preoccupate ragazzi. Lo avevo già capito da tempo! Il vostro segreto con me è al sicuro” diede una pacca sulla spalla di Mario che quasi cadde dallo sgabello e continuando a sorridere si avvicinò di più ai ragazzi. “Però, mi raccomando sesso dopo il matrimonio” fece un occhiolino ai ragazzi prima di allontanarsi lasciando Eleonora più rossa del vino e Mario confuso ma divertito.

Sentirono Francesco arringare ancora la folla “Deve succedere domani” poi ad alzarsi in piedi sul tavolo fu Mario. “Domani, sì!” e alzò il bicchiere. “Avremo la nostra rivincita!” incalzò qualcuno. “Evviva!” ruggì la folla. Eleonora salì sullo sgabello accanto a Mario e alzò a sua volta il bicchiere Qualcuno scandì il motto tratto dalla Costituzione della pizza partenopea, scritta proprio da Mario: “Morbidè! Sottilè! Napolitè!” Lui ed Eleonora si guardarono sorridendosi, mentre la folla esultava ripetendo il motto.

Quella notte fu lunga, per i rivoluzionari che la passarono a prepararsi per la battaglia del giorno dopo. Tutti i forni della città erano accessi e tutti i pizzaioli impastavano, le donne preparavano le salse e i bambini tagliavano la mozzarella. Tutto il popolo era attivo quella notte per la libertà della sua città. Mario Pagano, Eleonora Pimentel e gli altri coordinavano le operazioni.

La mattina dopo, tutto era pronto per la battaglia. Secondo il piano le pizze erano nascoste fra la paglia e i pesci nei carri disseminati per piazza del mercato gli uomini della rivoluzione erano appostati tra la folla adorante (o, per

meglio dire, fintamente adorante) mentre Craquio salutava la folla su un carro trainato da sei meravigliosi cavalli bianchi come i suoi denti, sfoggiati in un ampio sorriso fasullo. I suoi abiti urlavano “Guardatemi, sono nobile!” E già quello sarebbe bastato a renderlo odioso, anche senza pensare allo scempio che aveva fatto della pizza.

“Per la vera pizza!” si udì gridare a un tratto, e tutte le pizze furono tirate fuori dai loro nascondigli e preparate per il lancio. Il sorriso odioso di Craquio svanì dalla sua faccia da spagnolo e fu sostituito da uno sguardo combattivo.

“Prepara las pizzas”, abbaiò, e subito gli attendenti del nobile chef si munirono di quanto richiesto. Quando il popolo napoletano lanciò sue, e il sole fu oscurato dalla moltitudine di pizze volanti. Il caos regnava nella piazza la gente correva avanti e indietro accecata dalla salsa di pomodoro, o ustionata dall’incandescenza degli insoliti dardi. La pummarola scorreva per la piazza come se il fiume Flegetonte fosse stato strappato via dagli inferi per essere portato a Napoli. Nella confusione della battaglia Pagano a stento distingueva i suoi dagli spagnoli, ma riuscì a scorgere Eleonora che spiaccicava una pizza sulla faccia di una cortigiana. Il suo sguardo era quello di una tigre, con gli occhi arrossati, la salsa sparsa sul viso, la mozzarella nei capelli spettinati; c’erano mais e altri condimenti sparsi sul suo vestito. Quella scena lo fece sorridere. Dietro di lei vide Caracciolo, aveva in mano una 4 stagioni extra funghi e la lanciò con la stessa furia che Pagano immaginò potesse avere uno scimpanzé cui toccano un cucciolo. Si ritrovò a seguire con lo sguardo la traiettoria di quella pizza che compì un arco perfetto e finì esattamente sulla faccia di Craquio. Lo chef era l’unico in tutta la piazza a essere perfettamente pulito e in ordine se ne stava fermo sul suo carro con un sorrisino beffardo sotto quegli orribili baffetti alla moda spagnola. Quando fu colpito fu come se il mondo rallentasse: Pagano vide la pizza scivolargli via dal viso e cadere a terra ai suoi piedi. Lo spagnolo era rimasto immobile, preso di sorpresa; quando si mosse fu per portarsi le mani al collo, il volto era divenuto viola gli occhi rossi. Si agitò e cadde a terra giù dal carro, mentre i suoi sgherri accorrevano in soccorso.

Craquio aveva il volto dello stesso colore d’una melanzana: il sangue gli usciva dagli occhi misto alle lacrime, i suoi baffi erano divenuti da neri a rossi a causa del sangue che insieme al muco gli scendeva dal naso. Stava soffocando. Quando un suo aiutante in preda al panico si inginocchiò accanto alla testa dello chef questi gli afferrò il braccio e lo guardò in cerca di aiuto, ma era troppo tardi. Pochi secondi,

e Craquio morì. I garzoni, scesi dal carro, si girarono verso Pagano; quello seduto accanto al corpo del suo capo si alzò e portò la mano alla spada al suo fianco. Il filosofo indietreggio e diede il segnale di ritirata, prima di correre via insieme a tutti i suoi seguaci. Era un intellettuale, mica un guerriero. In pochi minuti, i napoletani ribelli si rifugiarono nelle loro case e così fece anche lui con i suoi compagni.

Il mattino dopo…

“Guarda, è già sul giornale” Eleonora porse la gazzetta a Mario seduto al tavolo della cucina “Sulla prima pagina” aggiunse per poi sedersi accanto a lui. Ci fu un bussare concitato e la cameriera andò ad aprire. Si udirono dei rumori e un urlo soffocato della cameriera. I due si alzarono e si diressero nell’ingresso. Le guardie reali erano lì. Ben quattro erano venute a prenderlo, ma una era ora occupata a tenere ferma la cameriera. Il più alto in grado fece un passo avanti e porse un foglio arrotolato al filosofo che lo prese senza scomporsi e lo lesse.

“È un mandato di arresto-” “Come?” disse subito Eleonora. “Non ti preoccupare Ele lo immaginavo” disse Pagano alla giovane senza però staccare gli occhi dal foglio. “Qui c’è scritto che sono accusato dell’omicidio di Craquio” espose con tranquillità. Ma non sono stato io”“Siete comunque colpevole, Pagano. Eravate voi a capo della rivolta” “Una rivolta delle pizze! Certo non indirizzata a uccidere!”urlò Eleonora. La guardia la squadrò, più che altro infastidita dal fatto che una donna avesse osato parlare

“Ma ha ucciso, Signora. Inoltre costui è stato individuato come lanciatore della pizza letale.” “Come potete esserne certi?” chiese Pagano con uno sguardo d’odio. “Studiando i resti della rivolta è emerso che la pizza lanciata contro lo stimato chef Craquio risulta essere l’unica capricciosa. Tutte le altre erano margherita.” “L’unica vera pizza napoletana!” proclamò Pagano. “Lo era anche quella di Craquio, e ora è morto per colpa sua!” disse la guardia, sporgendosi verso il filosofo con gli occhi lucidi. Poi si ricompose, come se quello scatto d’ira non ci fosse mai stato.

“Era nota solo a pochi la forte allergia dell’amato chef ai funghi. E quindi che questi gli sarebbero risultati letali. Perciò vista la preparazione della pizza appositamente con doppi funghi l’omicidio è aggravato dalla premeditazione. Lei è condannato al carcere nelle prigioni di Castel Novo… e a mio parere è anche poco. Le due guardie ai suoi lati lo afferrarono ognuno per un braccio. “È pregato di non opporre resistenza, siamo autorizzati a usare la forza”. Pagano non ne fece e si lasciò portare fuori. Sull’uscio si girò a guardare la giovane Eleonora che piangeva nell’ingresso. Per un attimo i loro sguardi si incontrarono e Pagano sperò che capisse. Che capisse cosa doveva fare.

Un mese dopo…

Francesco Mario Pagano pensava di essere chiuso lì da almeno quattro settimane, ma la poca luce e la nullafacenza gli rendevano piuttosto difficile scandire i giorni. L’unico vago chiarore proveniva da una finestrella a bocca di lupo, troppo in alto perché lui potesse vedere cosa c’era fuori e anche perché la luce possa arrivare completamente. Ormai intorno a lui c’era l’oscurità per la maggior parte del tempo e preferiva così; nei pochi momenti di luce vedeva movimenti strani in fondo alla fossa… le guardie dicevano che si trattava di coccodrilli, e ridevano quando scendevano a portargli il pranzo e lo vedevano terrorizzato. Non era nemmeno la cosa peggiore della prigionia, meglio i coccodrilli del pranzo: ogni giorno uno degli allievi di Craquio gli cucinava uno di quegli obbrobri che gli spagnoli osavano chiamare pizza. nei primi giorni non la mangiava proprio ma a un certo momento aveva dovuto cedere. Quel giorno, sentì le guardie avvicinarsi poco dopo pranzo. Di solito gli lanciavano dentro quella specie di disco rigido e se ne andavano via ridendo; non le vedeva più fino a sera.

“Pagano! A quanto pare c’è una visita per te” sputacchiò una delle guardie. “Una visita?” A quanto sapeva in quella fortezza le visite non erano permesse. “Si, muoviti! Alzati” una delle guardie venne a liberargli la caviglia legata alla parete con una catena. Si alzò con fatica e zoppicando si lasciò condurre fuori. Dopo un corridoio e qualche gradino giunsero in una stanzetta con al centro un tavolo di legno e una finestra troppo in alto per guardare fuori, ma abbastanza grande da fare entrare una luce per lui accecante. Stordito riuscì comunque a distinguere una figura familiare. Quando i suoi occhi si abituarono alla luce poté distinguere che si trattava di Eleonora.

“Ciao Mario” disse lei, alzandosi. Scambiò un’occhiata con le guardie che li lasciarono soli nella stanza. “Che fai qui? Come hai fatto?” lei fece una risatina portandosi la mano alla bocca, ma durò poco. I suoi occhi erano colmi di pietà, e Pagano si rese conto di che aspetto dovesse avere.

“Non abbiamo molto tempo. Sono riuscita a farti avere il trasferimento a Castel Sant’Elmo. Ti porteranno lì già oggi.” “Come hai fatto?” “Sono ancora una nobile, dopotutto… e detto fra noi ci sono anche molti nobili a cui questa situazione non piace ma che stanno in silenzio.” “Una donna piena di sorprese” disse Mario, al che la risata cristallina di lei risuonò ancora. Come prima, però, svanì in un lampo. “Senti Eleonora, non ci sono basi per incarcerami. Non hanno prove che sia stato io a lanciare quella dannata pizza.” “Lo so Mario, ma che posso farci? Sei un rivoluzionario riconosciuto e hai scritto tu stesso la costituzione della pizza partenopea! No, non ti lasceranno mai andare. A meno che non offriamo loro qualcosa di altrettanto valore in cambio. Se solo…” “Se solo cosa Ele?” “Se solo sapessimo chi è il vero colpevole” disse. Sarebbe sbagliato dire che Pagano non aveva mai pensato a consegnarlo, ma Caracciolo era uno dei suoi, e un’amante della vera pizza napoletana non tradirebbe mai un suo compagno. Probabilmente Eleonora dovette leggere qualcosa nel suo sguardo, e “Tu sai chi è il colpevole, Mario? Ci fu un attimo di silenzio in cui egli dovette decidere se salvare sé stesso dal carcere o essere fedele ai suoi compagni.

Optò per la seconda opzione. “No, non lo so.” “Indagherò io, allora” disse Eleonora prima di alzarsi “Ora purtroppo temo che il nostro tempo sia finito.” Già si sentivano i passi delle guardie fuori dalla porta in legno. “Eleonora non possono condannarmi a morte” sbottò Pagano. Lo disse per consolare lei, ma in parte anche sé stesso. “Questo mi da speranza disse lei.” Le guardie aprirono la porta mentre la frase della donna era ancora nell’aria.

“Tempo scaduto” abbaiò una delle guardie. “Signora Pimentel Costanzo la scorterà fuori” disse rivolgendosi a Eleonora e indicando una delle guardie, che la condusse via. “Quanto a te, feccia, sei fortunato! Oggi si trasloca..”

Passò un altro mese prima che Pagano potesse rivedere Eleonora. Questa volta fu davanti il portone di Castel Sant’Elmo dopo che fu liberato. Lei lo attendeva in carrozza di fronte ai cancelli.

“Sapevi che era stato Francesco a uccidere Craquio, vero?” Fu la prima cosa che lei disse. “Ciao come stai Mario?” s’impuntò lui “Com’è stato il carcere? Oh, ho ancora incubi sui coccodrilli e la luce del sole mi infastidisce ma tutto sommato sto bene. Ora che sono libero posso mangiare della vera pizza?” Intanto la carrozza era partita.

“Non fare lo sciocco Mario, e rispondimi.” Era dannatamente seria e piuttosto arrabbiata. La poteva capire, loro non si erano mai nascosti nulla. Prese un respiro profondo prima di parlare. “Sì, lo sapevo.”

“E perché non me lo hai detto?” “Francesco è un compagno e non volevo tradirlo. Sapevo che per liberarmi lo avresti denunciato, magari trovato dei testimoni. L’avresti condannato a morte comprando così la mia libertà e immagino che sia proprio quello che hai fatto, o non sarei qui. Ho ragione?” Lei abbassò lo sguardo, come se di colpo ritenesse i suoi guanti molto interessanti. “Si, è così” disse infine. Sospirò a sua volta, prima di fare un’altra domanda.

“Che ne sarà, ora, di lui?” “Non lo so” “Sarà sicuramente condannato a morte” disse, parlando più con sé stesso che con lei. “Dobbiamo fare qualcosa per liberarlo” “Non guardarmi così, già mi sono esposta fin troppo per te. E poi sono stata io stessa a denunciarlo!” “Ti chiedo solo di scoprire quale sarà la data dell’esecuzione” “Cos’hai in mente?” “Una nuova rivolta: approfitteremo del caos per liberarlo. E prenderemo piazza Mercato. Due piccioni con una fava” “Se noi conquisteremo la piazza loro non potranno più eseguirvi le condanne a morte, dovranno trovarsi un altro posto”.

La ragazza stava iniziando a capire. “E noi non glielo permetteremo” continuò lui. “Non è troppo rischioso?” chiese lei. “Siamo rivoluzionari, Eleonora… Se vogliamo liberare la nostra città da quella specie di cosa che chiamano pizza dobbiamo rischiare.”

Il piano era fatto.

Francesco Caracciolo fu giustiziato una settimana dopo. Il piano di Pagano non era andato a buon fine, e non si era riusciti a prendere la piazza. Erano troppo pochi, stavolta, ben lontani dal consenso popolare di due mesi prima.

Furono catturati tutti e ora, appena tre giorni dopo la morte di un loro confratello, sul patibolo c’erano loro. Uno alla volta furono impiccati tutti; l’ultima fu Eleonora che vide tutti i suoi compagni morire. Pagano lo impiccarono per primo, per paura che non riuscisse a reggere la morte dei suoi amici. Era provato dai mesi di carcere e debole, e rischiava di morire di crepacuore, negando così ai suoi aguzzini il piacere di appenderlo per il collo. Non volevano perdersi lo spettacolo di una morte coi fiocchi, e fu quello che ebbero. Alla folla di spettatori accaniti di sangue e morte che reclamavano la sua vita come se lui non fosse uno di loro, come se lui non stesse morendo per loro lui, con tutta la calma del mondo e una profonda serietà nel viso disse:

«Due generazioni di vittime e di carnefici si succederanno, ma l'Italia, o signori, si farà.»

E aveva ragione. Sessantadue anni dopo gli Spagnoli erano scacciati ormai da Napoli l’Italia era unita e la pizza era la vera pizza napoletana.