Povera e nuda vai, filosofia

Pensatori dell’età moderna a Napoli

Diogene Laerzio, uno scrittore del III secolo dopo Cristo alle cui “Vite dei filosofi” attingiamo la maggior parte delle notizie sui primi pensatori greci, riporta in questa forma un aneddoto circa il primo filosofo,  Talete:

«Si narra che, tratto di casa da una vecchia per contemplare gli astri, cadde in un fosso, e la vecchia ai suoi gemiti disse: “Tu, o Talete, non sai vedere le cose che sono tra i piedi e credi di poter conoscere le cose celesti?”».

Questo breve racconto risulta estremamente significativo circa l’interpretazione che del filosofo e della filosofia dà  il senso comune, l’opinione comune: il filosofo vive tra le nuvole, preso dalle sue astrazioni, lontano dal mondo reale e concreto. Per questo suo atteggiamento gli accade di suscitare diffidenza e, spesso,  ostilità da parte del volgo e del potere politico.

Fin dal primo libero pensatore, in effetti, si deli-nea un contrasto tra il filosofo, come colui che vuole ispirarsi rigorosamente alla ragione, e il sentire comune, le abitudini radicate, l’assetto sociale. Ben più drammatico sarà, non molto tempo dopo, lo scontro fra mentalità filosofica e società di cui sarà vittima Socrate.

Lo scorrere del secoli non ha reso la situazione migliore, e anche i grandi pensatori attivi a Napoli nell’età moderna hanno subìto l’ostilità dei pubblici poteri e di quella che oggi si chia-merebbe “opinione pubblica”.

Giordano Bruno, che, nato a Nola nel 1548, si era formato del convento di San Domenico Maggiore a Napoli,  fu  condannato a morte dal  Tribunale dell’Inquisizione; la condanna fu ese-guita il 17 febbraio 1600 nella piazza del Campo de’ Fiori a Roma.

Tommaso Campanella (1568-1639),  accusato di aver concepito e guidato una congiura antispagnola nel 1599, fu sottoposto a tortura. Proprio per essere riuscito a fingersi pazzo sotto i tor-menti, invece che a morte fu condannato al carcere a vita, che scontò poi per “soli” ventisette anni, restando rinchiuso nelle segrete del Castelnuovo, il Maschio Angioino, a Napoli.

Meno tragico, ma con risvolti umilianti di po-vertà e di isolamento, fu il destino di Giam-battista Vico, nato a Napoli nel 1668 e ivi morto nel 1744, sepolto in una fossa comune della Chiesa dei Girolamini. Per  poter vedere stampa-to il suo capolavoro, la “Scienza nuova”, Vico, che viveva nell’indigenza, fu costretto a vendere l’ultimo gioiello di famiglia che si ritrovava.

Infine, Francesco Mario Pagano, nato a Brienza, in Lucania, nel 1748,  autore dei “Saggi politici”, continuazione ideale del capolavoro vichiano, estensore della Costituzione della Repubblica napoletana del 1799, eminente filosofo e giuri-sta, alla sconfitta della Rivoluzione – dopo essere stato imprigionato nella terribile “fossa del coccodrillo” del Maschio Angioino – fu condannato a morte dal tribunale di Ferdinando IV di Borbone senza poter neppure difendersi: la condanna fu eseguita in Piazza Mercato il 29 ottobre 1799. Questa è la testimonianza di Diomede Marinelli dell’esecuzione di Pagano:

29 ottobre 1799 – Vi è stata gran giustizia nel mercato su di persone di gran merito, sono stati afforcati con quest’ordine: Pagano, Cirillo, Chiaia e Pigliaceli, tutti e quattro bendati.

Don Mario Pagano andava senza calzette, con due dita di barba e misero di vestiti, era tutto calvo di testa e patì nel morire. Don Domenico Cirillo gli andava dietro con berrettino bianco in testa e giamberga lunga di color turchino, procedeva con intrepidezza e presenza di spirito […]. Per la morte di questi la città tutta ha patito.

Questi eroi del pensiero, pur fra persecuzioni e patimenti, hanno messo la città di Napoli al centro della filosofia dell’età moderna e tutta la parte antica della città è impregnata della loro presenza. E il maggior pensatore italiano di oggi, Aldo Masullo, nel ricevere proprio in questi giorni la cittadinanza napoletana “ad honorem”, alla domanda su quale fosse il luogo di Napoli che egli preferiva ha senza esitazioni risposto:

«Direi San Biagio dei Librai, il punto in cui si concentrano tutti i vari strati della storia napo-letana: fisicamente, nel modo di esercitare l’u-manità; e nella trasfigurazione intellettuale.

È la via che comincia con San Domenico, il gran-de convento dove studiò Giordano Bruno, e che poi via via accoglie e contiene i luoghi in cui nacque e visse Giambattista Vico.

Tutto il grande pensiero napoletano è nato e cresciuto in quei pochi metri quadrati, un vero condensato di esperienza».

Professor Antonio Gargano

Istituto per gli Studi Filosofici

Napoli, Aprile 2018